something something something

Grazia Fashion Contest : my outfit

black

Ecco l’outfit che ho creato per il contest “Grazia.it Blogger we want you”

San Valentino

20130214-002552.jpg

Il 14 febbraio torna ogni anno, non si può evitare e non puoi nemmeno fare finta di niente. Entro al supermercato, due bottiglie di acqua da 2 litri nel braccio sinistro e due baguettes appena sfornate nel destro, il cassiere dopo le solite domande di rito, la carta Tesco e i bollini, mi guarda soddisfatto mostrandomi un mazzo di fiori a 50 pence, aggiungendo che domani è San Valentino ed è un’occasione.

Sono da solo. Non c’è più la fila dietro di me, né quella bellissima bambina mulatta che tanto mi ricordava Beyoncé nei video della sua infanzia. Sono solo perché penso di essere solo, non oggi ma da tanto.
E in quell’avambraccio che mi porge un mazzo di fiori vedo un gesto quasi maleducato, una beffa, un pugno.

Sono rientrato a casa pensando che l’amore non esiste, o non esiste più. Perché per me è esistito eccome. Lo guardo in faccia come un quadro preraffaelita, perfetto, troppo perfetto per essere esistito ma soprattutto troppo perfetto per poter tornare. È quella cosa che ci rende stupendamente stupidi, che passeresti il resto della tua vita a far la stessa cosa o a non fare niente, quando senti che la vita esiste veramente e che non è un nome inventato, quando ti accorgi che fai attenzione anche ai più inconsulti gesti quotidiani, a come taglia la pizza, a come i suoi denti si staccano dalla punta della forchetta, come si siede sul divano quando tu sei già steso e il meraviglioso rumore di quando nel silenzio deglutisce e respira. Amare qualcuno è amare la vita in un certo senso, e non si smette mai di amare davvero.

Dove sei mentre il mio primo occhio si apre, ogni maledetta mattina?

Dove sei mentre mangio una barretta al cioccolato e quando la butto per terra con tutta la forza che ho in corpo perché è cosparsa di sesamo?

Dove sei tu mentre la mia voce tenta di intonare senza grandi risultati una nota troppo alta nel camerino di un grande magazzino?

Dove sei quando sono sulla sedia e tento di montare la nuova tenda per la camera da letto?

Dove quando sono in metropolitana con una 66 tasti Yamaha appena acquistata da un altolocato signore americano ?

Dov’eri quando sono entrato per la prima volta nella mia nuova casa e lo stupore mi bagnava gli occhi?

Dove sei quando sono nel corridoio con i tappetini da bagno e sto andando verso la lavatrice?

Dove sei quando sono in fila con le cuffie per rinnovare l’abbonamento della tube e davanti a me un ragazzo e una ragazza organizzano la serata?

Dove sei quando prendo l’aereo? E quando lo perdo?

Dove sei quando vorrei raccontarti e quando vorrei vedere la tua faccia stupita, sconvolta o complice?

È talmente inconcepibile che tutto questo, una volta sfumato possa ritornare che nella notte del giorno più romantico dell’anno ho scritto a una persona speciale, compagna di notti interminabili fatte di sonno e discorsi talmente impossibili da sperarci ancora.

” Un giorno, lo so, mi rinnamorerò, ci rinnamoreremo. Quel giorno ci vedremo e staremo in silenzio, di notte dopo cena, d’estate. Non serviranno le parole, non servirà piangere noi stessi in un mondo di folli, incomprensioni, non ci si potrà più sentire unici tra tanti altri. Quel giorno parleremo di futuro, della sera, e rideremo molto di altre cose, perché tutto sorride quando ci si innamora. Quando lavi un bicchiere o sottolinei di giallo le pagine patinate sotto la luce della lampada e pensi che quella fatica è nulla rispetto al momento in cui lo rivedrai. E ti piaceranno ancora così tanto le sue mani, il suo modo di camminare, di fare domande, ammirerai e ammirerò per ore i suoi gesti, il suo modo di fare “sì” con la testa, il rumore delle sue labbra che si separano, prima di prendere il respiro e prima di iniziare a parlare con te. Ci stregheranno ancora i pixel dello schermo colorato del telefono che compongono il suo nome, vedremo il suo nome dappertutto, in tv, nei giornali. Noi, entrambi stupiti di noi stessi, che dopo tanto gelo ci sia ancora un solo potente raggio di sole. Ci capiterà ancora. Perché l’amore non finisce mai. Buon San Valentino”

Encomio di Covent Garden

20121209-100601.jpg

Covent Garden è un po’ il riassunto di ogni sogno di bambino. Castagne, nocciole caramellate, zucchero filato, caramelle, cookies e potrei continuare per ore a descrivere questo tempio dell’onirico. Ma c’è di più. Come a Montmartre a Parigi. Lasciamo perdere il consumismo, i ritratti nero su bianco con le forbici e i panini che costano come case… Ogni luogo conserva la memoria di quel che è stato al punto che lo è ancora in un certo senso. Edith Piaf sembra stia ancora cantando in cima alla butte e Van Gogh vi sta ancora creando le migliori tele.

Covent Garden non risente troppo del 2012 ormai 13. La sua magia parla di decenni passati, richiama alla mente i pomeriggi con la neve fuori e Mary Poppins nel VHS consumato; lo spazzacamino, lì, sembra esserci davvero e sembra che debba entrare in scena in ogni momento da ogni angolo.

Poi mi si può dire che ti volti e c’è l’Apple Store, il negozio del frontman degli Oasis e trenta profumerie. Ma quello fa parte del gioco.

A

Paura di volare

photo

Ultima chiamata per i passeggeri del volo… La paura di volare non è solo quella dell’imbarco per un boeing 747, la paura di volare è

nel bambino che non si rialza da terra finché non vede il braccio teso della madre

nell’anziana donna che pensa di non riuscire più a compiere il viaggio tra il salotto e la camera da letto

nel liceale che non riesce a comunicare con il compagno di classe disabile

nella vicina di casa che piuttosto di prestarti uno spicchio di limone…

nei dispetti tra suocera e nuora

nella storia impossibile

nelle persone che non si fanno domande

nel non volere diventare mai grandi

nel credere sempre e comunque

A

Io e il mio doppio

photo

Entrare in uno studio di registrazione è un’esperienza mistica, un po’ come recitare sul palco di un teatro ed accorgersi dell’esistenza delle quinte. Sono quelle cose che se riesci a viverle due volte nello stesso momento ti ungono la fronte non con l’olio cresimale, ma con quello della vita vissuta e del pensiero. Stare dalla parte di quei milioni di valvole e tasti tutti colorati, tutti così apparentemente simili, è inevitabile, fa sentire come Dio. Puoi cambiare tutto, puoi alzare i volumi, come Dio (c’è chi crede) ha alzato le montagne o puoi far tacere tutto, mandando un diluvio di pause. Le onde sonore multi-traccia sullo schermo di un 30 pollici sono gli elettrocardiogrammi dell’intero genere umano, che poi li puoi sempre modificare. Decidi tu. Il tempo, i battiti al minuto, puoi cambiare tutto.

La prima volta che salii sul palco di un teatro, da attore, non fu il palco ad attirarmi, quell’adrenalina mortale quando le luci ti colpiscono ed è il tuo turno, ma l’attesa dietro alle tende nere corte e allineate, i cavi a penzoloni dal soffitto, vedere come funziona la macchina.

Ecco perché è un’occasione unica, perché è molto difficile vedere le cose da due prospettive diverse, prendere il buono e il cattivo e pesarli sulla bilancia di Anubi.

Avete mai pensato a che fatica fa un orologio a carica manuale per non fermarsi?

A

Volontieri parlerei a quei due che ‘nsieme vanno

photo

La tenda non troppo fitta non riesce a coprire l’intera larghezza della finestra e file perfette di comignoli inglesi fumanti di fuori vorrebbero suggerirti un clima a metà tra il romantico e il familiare, entrambi assenti. Come quando ti accorgi che Babbo Natale non esiste e il tuo occhio cambia per sempre. Poi entri negli ipermercati e le luci colorate intervallate da grandi palle di vetro non parlano più la tua stessa lingua, non riesci a tradurle. O forse hanno iniziato a parlare la lingua della verità, quella che dice “io sono una lampadina e funziono solo perché un flusso di elettroni mi attraversa”. Credo che sia lo stesso flusso, anche se non di elettroni, quello che percorre il corpo di ognuno di noi, bambino o no, quando scopre che Babbo Natale non esiste. Smisi di bere Coca Cola per una settimana quando mi dissero che a delineare i tratti del vecchio barbuto in rosso erano stati proprio i grafici della bevanda più buona del mondo, talmente buona che dopo 7 giorni scarsi metabolizzai l’idea, incassai il colpo e ricominciai a farmi corrodere lo stomaco, ogni sabato sera davanti a una margherita con poca mozzarella.

Ci sono dettagli del mondo circostante talmente insignificanti che mi cambiano le giornate, quasi sempre in peggio. Come la tenda. Come può una tenda evocare ricordi? Le sue pieghe non possono parlarmi di me. Eppure lo fanno. Alzarsi, strapparla e gettarla in strada, attraverso la grande finestra a vasistas non è una soluzione. Probabilmente mi sveglierei domani con il sole negli occhi e lì, come reagirei?

Più volte ho scelto di andare contro all’istinto, più volte ho strappato quella tenda, una tenda che erano le mie palpebre socchiuse o il cuscino al contrario sulla fronte, nelle notti peggiori. Ma la notte non è il peggio, il peggio sono quei 40 centimetri di vita ogni volta che apro gli occhi, un ramo secco e il fumo dal primo dei camini. Cercare una direzione nella solitudine è il più degno e desolante viaggio che in questi 80 anni di vita possiamo fare, 80 quando il caso è gentile. Ma non è appagante, o forse servirebbe una vita e in quel caso il gioco non vale cronologicamente la candela.

«Finalmente Zeus ebbe un’idea e disse: “Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi. » Saremmo dunque tutti alla ricerca della metà della mela, certe volte la ricerchiamo in un essere vivente, certe altre la troviamo dietro allo schermo di un notebook incellofanato. Non è un caso che i nuotatori che cercarono per primi di attraversare la Manica, all’esatta metà del percorso tornavano sempre indietro, proprio quando matematicamente si sarebbero dovuti convincere che era fatta, che avrebbero potuto farcela. Là dietro, alla partenza, c’era una moglie che credeva nelle bracciate a stile libero e nei respiri ogni 3, c’era la poltrona di cuoio sopra al tappeto persiano nel centro del salotto davanti alla radio accesa, c’erano bandiere amiche e una terra già calpestata.

La solitudine è un passaggio, non può essere una destinazione.

A

Nati per morire

20121204-080414.jpg

Accanto a me, accovacciata nel sedile blu a quadri dell’ultima Piccadilly verso Heatrow della sera c’è una donna di mezza età. Anfibi neri a pois bianchi allacciati per metà, leggins squamate blu petrolio, un cappotto di nappa marrone fino al ginocchio, sciarpa di finto pelo lungo viola, cappello senape bohémien, un forte odore di alcool misto fumo di sigaretta, due palpebre rosse e tre strisce di lacrime che tagliano la lamiera bianca di fine vagone, posso vederle solo osservando il riflesso nel vetro che corre sull’oscurità come una talpa che si fa strada sotto l’ombra delle radici e degli ortaggi.

Di fronte una ragazza nera, visibilmente sovrappeso indossa un lungo mantello a quadri e la squadra.

Il frastuono delle ruote di ghisa che scavano letti per lunghi fiumi di acciaio non copre il lamento ossequioso della signora, che sembra dormire in un eterno sonno fetale. Ognuno le getta sguardi più o meno empatici, sguardi che si fermeranno per sempre alle soglie della sua sciarpa viola o del suo cappello senape, scudi spessi come cortine di ferro. Nessuno saprà mai il fuoco del tormento, amore, morte, abbandono, una miriade di possibili sofferenze tutte sul tavolo degli scacchi, tutte possibili.

“Quanto più scava il dolore, tanta più gioia potrai contenere” Kahlil Gibran

A

Il papa nuovo

photo[1]

@pontifex non e’ un antinfiammatorio e neanche un nuovo cartone animato fantascientifico per bambini, purtroppo. Si tratta del nickname twitter di nientemeno che Papa Benedetto XVI, o se volete che suoni piu’ 2012-friendly Joseph Ratzinger, dato che siamo in clima di modernizzazione. Inizialmente ho pensato e sperato che la notizia fosse una bufala, o che qualche dirigenza di non importa quale associazione anticlericale avesse creato parodisticamente il neonato profilo. Ma la realta’ spesso supera di gran lunga ogni onirica fantasia. Attivo dalle ore 12 di oggi e con piu’ di 120000 follower in 7 ore, il profilo del patron della Chiesa di Roma SpA registra un successo strabiliante.

I tweet di Giuseppe non saranno altro che omelie e encicliche scritte solo e solamente di suo pugno.”Non gli metteremo parole non sue in bocca” ci rassicura Greg Burke, advisor della Segreteria di Stato per la comunicazione. Gia’ online la risposta comica “pontifake” con decine di tweet satirici come “I fedeli vedano la piena del Tevere a Roma come una punizione divina per l’empia manifestazione a piazza del Popolo di tale Gangnam Style”.

Un’ironia che puo’ sembrare scontata ma che e’ utile a dare l’idea di quanto contraddittorio possa essere il fenomeno in questione. La stessa persona (lavorando per iperonimia si puo’ ahime’ arrivare anche a definirlo tale) che non perde occasione per scoraggiare l’uso del profilattico o la ricerca scientifica nel campo delle cellule staminali, o la ricerca scientifica in generale, se ne viene fuori oggi con questa trovata geniale.

Il lettore non troppo accorto e il bigotto la troveranno una semplice e positiva “modernizzazione della religione”, perche’ oggi la fede e’ “spesso poco compresa, contestata, rifiutata” parole di Joseph. Io scelgo di spingermi oltre e non mi e’ possibile non vedere dietro le quinte di questa mossa un piano marketing costruito piu’ o meno bene. Soprattutto se mentre scrivo dedico un’occhio alla lettura del resoconto dell’udienza generale del Vaticano di qualche settimana fa, udienza nella quale il Papa lamentava un “preouccupante ateismo”. Se il tentativo di qualche anno fa di riportare la messa in Latino (cosicche’ nessuno potesse capire piu’ nemmeno quel poco che si potrebbe cogliere in italiano) e’ fallito, perche’ non intraprendere il piano B e cercare di stare al passo con i tempi? Magari a bordo di un mocassino rosso amaranto Tods?

Ma la mia vera domanda per Giuseppe e’ : iPhone 5 o Galaxy s3?

A

No words

20121201-211736.jpg

Oggi non so cosa dire.

Succede di non sapere cosa dire quando hai già detto abbastanza. È come scegliere di scrivere un libro per fare soldi, non perché nessuno ha mai detto ciò che dici.

Mi fu detto alla prima lezione sui presocratici che Scegliere di non filosofare è già una filosofia.

A domani

A

Riposo

20121130-192134.jpg

Nelle onde dei suoi capelli morbidi ci sono ferrovie attraversate da convogli di militari, tradotte di crocerossine al fronte, viaggi nella tundra siberiana.

Nelle rughe sulla fronte ci sono pagine scritte con calamai e carta assorbente, bassorilievi tirolesi e Leggi il seguito di questo post »